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TEORIA DEL RITRATTO

Per tentare di parlare in modo innovativo del Ritratto è fondamentale essersi accorti dei pregiudizi e degli stereotipi visivi che la nostra civiltà, da un paio di secoli, continua a divulgare ottundendo la nostra mente fino ad annullare la nostra capacità di decidere cosa guardare.
Purtroppo sono ancora molte le persone che non si accorgono di questo inganno e vedono solo quello che guardano gli altri. Se ci pensi un po’, guardare non è un’operazione facile, richiede decisioni che diventano scelte di vita. Ogni volta che guardi decidi l’ampiezza dell’orizzonte del tuo sguardo. C’è chi camminando per strada guarda anche il cielo, altri solo i semafori. Oltre all’orizzonte decidi anche la velocità del tuo sguardo. Su alcune cose ti soffermi e su altre no, perché alcune cose contano per te e altre no. E delle cose che contano per te guardi solo alcuni aspetti e altri no. Alla fine tutto ciò che fai dipende dagli aspetti che contano per te e ciò che conta per te è quello che guardi.
Il tuo modo di guardare guida le tue decisioni e crea la tua realtà.
Non è per niente semplice, sono decisioni importanti che orientano la tua vita in un modo piuttosto che in un altro e, molto spesso, preferisci non pensarci troppo e finisci con l’adeguarti alla visione degli altri e, nel peggiore dei casi, non ti accorgi neppure.

Il nutrimento dello sguardo

Una fotografia di ritratto può trasmetterci l’emozione della persona ritratta e farci conoscere la nostra.
Tu cosa guardi?: il viso, lo sguardo, la bocca, lo stato d’animo, la tristezza, la dolcezza, la timidezza, l’intelligenza, la bellezza, le forme, la sensualità, la felicità, i traumi.
Qualunque sia ciò che guardi non fa altro che farti sentire un’emozione; le emozioni vivono di scambio: quello che senti tu lo impari guardando l’altro.
L’emozione nutre la vita.
Al contrario, se per abitudine guardi solo i semafori e ti perdi le emozioni perché vedi solo quello che vogliono farti vedere gli altri, non sei più tu che guardi.

La tua teoria

(teoria in greco significa “modo di guardare”).

In ambito artistico quando decidi di fotografare qualcuno o qualcosa sei sempre di fronte ad una decisione:

  1. o ti adegui agli stereotipi visivi che dilagano sui media e sui social semplicemente per sentirti dire bravo o perché hai paura di stare da solo.
  2. oppure “disobbedisci”. Esci dalla visione comune, convalidata dagli altri e inizi a cercare. Che cosa cerchi ancora non lo sai, perché quello che cerchi non lo trovi nella facoltà razionale della tua mente ma in quella parte connessa con le altre sue funzioni: la percezione della bellezza, il sentire, l’intuito che si avvalgono di un sistema di comunicazione interiore (meta-fisico) con l’Al di là dell’io, ma più adatto, per accedere a nuove conoscenze e a nuove strade con creatività e immaginazione.
Ti senti infelice, insoddisfatto, ti manca qualcosa, senti il bisogno di cercare e conoscere altre cose, sia della tua realtà interiore che di quella esterna.
In questo viaggio, solitario, non puoi far altro che scoprire.
Qui, gli altri, non esistono più. Sei tu il regista e l’autore delle tue teorie.
Non esiste solo il corpo fisico e il nostro modo di essere nel mondo fisico, quello percepibile attraverso i sensi e l’avere, abbiamo altri modi di essere nel mondo: il pensiero, i desideri, i sogni e l’immaginazione che completano la sfera del nostro io (non la sostituiscono ma la completano).
Quando pensi si può dire che sei nel corpo del pensiero, quando desideri sei in quello del desiderio e quando sogni sei in quello del sogno.
Ma quando percepisci qualcosa che non arriva né dai sensi, né dal pensiero, né dal desiderio, né dai sogni, da dove arriva? per esempio un’intuizione, un déjà vu arrivano da una parte della tua psiche che è molto più grande dell’io che sai di essere.

Il Ritratto con la R maiuscola, comunque lo guardi è qualcosa di difficilmente definibile con il linguaggio a disposizione, è qualcosa che sfugge ai criteri convenzionali della conoscenza. È un contatto “meta-fisico” con la dimensione più ampia della tua psiche.

In ambiti diversi da quello artistico, nei social e nella moda, il ritratto assume un valore sociale relativo a quel contesto culturale e dentro i codici visivi di moda. Non si parla più di autenticità ma di convenzione. La fotografia pubblicitaria e quella glamour ne sono un buon esempio. Nel glamour si perpetua lo stereotipo sociale della donna come oggetto; idem nella pubblicità che inventa, per sedurre e vendere, falsi modelli di comportamento ai quali identificarsi.

Ritratti come questi sono un falso, perché servono gli interessi di qualcuno ma non aggiungono nulla sull’autenticità dei soggetti fotografati e alla crescita dell’individuo.

Guardare con i propri occhi.

L’Arte del Ritratto ha alcune regole tecniche ma non ha schemi che possono essere trasformati in un metodo di lavoro da applicare ad ogni soggetto fotografato (tipo foto tessera). Cambiare significa imparare a guardare con i propri occhi, sentire con i propri sensi e percepire le emozioni e gli stati d’animo: quando te ne accorgi scopri un altro modo di essere e un altro modo di fare fotografia, se fai il fotografo.

Quello che è assolutamente indispensabile per raggiungere risultati personalissimi e inimitabili è la tua autenticità, il tuo modo di guardare la realtà e di essere nel mondo: libero dai condizionamenti sociali e dall’influenza di tutti gli altri che ti sono attorno. In una parola, e questo vale per tutte le arti, hai bisogno di venire a contatto con le tue parti più profonde (le ombre) e autentiche: lì accadde qualcosa di inspiegabile che genera un flusso di energia e un sentire particolare: il mondo così com’è e il modo in cui tu sei in quel mondo non ti soddisfa più: ti nasce il desiderio di andare oltre, di cercare, di creare, di conoscere per trovare le risposte a molte tue domande.

Uscire dalla zona di confort quotidiana: famiglia, abitudini, amicizie, aperitivi, credenze, educazione non è facile: ne senti il bisogno solo quando capisci e ti accorgi che stai vivendo una vita che non è la tua ma quella imposta e condizionata dagli altri.

Che fare?

“Madonna mia, esclamerai, ma devo rinunciare a troppe cose piacevoli”.
“Forse rinunci solo ad alcune cose della “confort zone” (le abitudini) ma non rinunci al tuo vero Piacere, che è tutta un’altra cosa.

Non c’è bisogno di isolarsi su di un eremo per essere sé stessi: è un luogo comune. Assolutamente no. Ora, soprattutto se hai vissuto il lockdown in modo creativo, riaprendo o consolidando il contatto con te stesso, puoi continuare a vivere con la consapevolezza, che quella parte dell’io che opera nel contesto sociale è solo una piccola parte di te: è il personaggio sociale che ha un nome, un cognome, una professione, un ruolo famigliare e una storia passata. Mentre quando sei solo e fai quello che conta per te, lì opera il protagonista principale (il tuo io autentico), dove sono nascosti i tuoi talenti e la tua essenza. Non è facile, ci manca solo l’esperienza di stare con se stessi.

Questo è il tempo dei cambiamenti. Le crisi finanziarie e quelle naturali hanno accentuato l’incertezza del futuro: paura, insicurezza, insoddisfazione e tante domande.
Quale momento migliore di questo per chiedersi se quello che stai facendo è quello che vuoi e se quello che vuoi è quello che sei?
Quando sei autentico sei sempre nella direzione giusta.

© ruggero lorenzi

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