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Fotografare per crescere o crescere per fotografare?

Tra i tanti disagi causati della crisi economica del 2008 e quelli di oggi, ancora peggiori, causati dal virus Covid19, forse c’è anche la fortuna di vivere uno dei più  importanti periodi storici degli ultimi tre secoli della nostra civiltà: un tempo sospeso, un attesa frustrante che ci spinge a riflettere su se stessi, sull’uomo e sul suo operato. Tra tanta indifferenza, manipolazione dell’informazione, mancanza di leader ship politica, guerre economiche e distruzioni del globo, se stai fuori dalla mischia di chi grida e volgi lo sguardo verso te stesso e le tue possibilità, è una buona occasione per farti alcune domande forti: sto facendo la vita che mi piace? cosa voglio?, chi sono?, sono felice?. In tempi come questi, di precarietà e di incertezza delle condizioni sociali ed economiche del nostro sistema, si sta sviluppando, tra le persone più sensibili, un attenzione e un desiderio di cercare un modo diverso di guardare le cose (la chiamerei evoluzione). Molte persone si stanno interrogando sul mondo in cui vivono e sul modo in cui vivono, con una voglia nuova di scoprire la propria autenticità evitando di continuare ad imitare, come le scimmie, il mondo creato dagli altri. Non era mai successo, in modo così evidente, dall’inizio dell’occidente europero (1780 ca).

Sta cambiando un paradigma: volgere lo sguardo verso la propria vita in modo più autentico e verso il valore della natura piuttosto che continuare a “rispecchiarsi” nelle illusioni del mondo degli altri che nulla è se non apparenza e maschera. La civiltà dei consumi esasperati, così com’è stata voluta e strutturata da pochi sta fallendo.  Una larga maggioranza dell’umanità soffre di disagi economici, psicologici, sociali e culturali.

Con questo sentimento, sull’onda di questa energia di cambiamento, sento il bisogno di chiedermi:

cos’è oggi la fotografia? cosa può fare di nuovo per l’uomo che non sia solo fotografare ciò che piace agli altri o documentare ciò che vuole qualcun altro?

La mia storia di fotografo inizia molti anni fa.

È una storia lunga secondo il nostro modo di considerare il tempo ma la crescita personale e, di conseguenza, il proprio modo di Guardare la Realtà e il Mondo non ha niente a che fare con il tempo del calendario.

Non ci sono regole particolari, solo una condizione: l’orizzonte del tuo sguardo. Bisogna accorgersi dei limiti del prorpio sguardo (leggi il mio articolo nel blog:”teoria del ritratto”).

Quando ti accorgi di essere stato educato e addestrato per fare solo ciò che va bene alla civiltà dentro la quale sei nato, sei all’inizio del percorso. Fin da bambini siamo stati condizionati e poi ci siamo auto limitati a scegliere, inconsapevolmente, quello che ci ha detto papà, mamma, parenti, amici, scuola, chiesa e stato. Per ricavarci un posto in questa società (situazione che tranquillizza molto di più lo stato che noi stessi), sacrifichiamo la nostra autenticità.

L’uomo di oggi forse è contento! Non so se è felice. Uno che si accontenta però è rassegnato, privo di curiosità: di sicuro è infelice.

Con-tento = tenere insieme, mantenere ciò che hai. Felicità = vivere e scoprire ciò che non hai.

La fotografia è curiosità, un non accontentarsi. È un linguaggio espressivo, un modo per esprimere la tua visione e le tue emozioni. La fotografia ha una missione come la filosofia: soddisfare il bisogno di conoscere, di scoprire, di creare qualcosa di nuovo: di sperimentare. Non sono concetti difficili, sono le radici del nostro autentico bisogno di svuiluppo interiore o, come lo chiamano oggi: spirituale.

Desiderare qualcosa verso cui ti senti attratto, crea quella differenza di potenziale che ti connette con un’energia superiore, naturale.

Bisogna superare il disagio che crea frustrazione, bisogna accorgersi dell’inganno e del labirinto nel quale ci si muove e riequilibrare il concetto di ricchezza (che non è la misura del denaro ma del valore della propria autenticità, dei propri talenti e della propria cultura); per arrivare a questo è necessario che ogni individuo impari ad usare meglio il pensiero e tutte le sue funzioni della conoscenza: sei solo tu responsabile di te; l’individuo ha bisogno di imparare a guardare la realtà con i propri occhi, di scoprire la sua autenticità e la sua verità.

Come dice Carl Gustave Jung: “Nella mia esperienza di terapeuta mi sono accorto che poche persone usano il pensiero per servirsi delle principali funzioni della conoscenza, tutti gli altri sono intrappolati nelle più svariate forme di nevrosi o illusioni che ne limitano l’uso tenendoli protetti nella gabbia che si sono costruiti per paura della libetà”.

Questo significa che ognuno di noi può essere libero di creare qualcosa di nuovo e di utile a se e al mondo a patto che non diventi schiavo della maschera che gli è stata costruita addosso.

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