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L’INFANZIA RUBATA

Sabato 1 novembre 2018.

È il giorno di Ognissanti ma non mi interessa; di sicuro, non ho voglia di portare fiori in cimitero come fanno tutti. In questo stato d’animo e senza una destinazione precisa, preparo lo zaino con l’attrezzatura fotografica, carico in auto e parto.

Mi viene in mente che mi era già capitato di partire in questo modo, senza sapere di preciso dove: fu durante le riprese fotografiche del libro in B/N “VALCELLINA”  (il libro lo trovi sul sito myphotozone.it), pubblicato in occasione dell’apertura della nuova galleria di collegamento, tra Montereale e Barcis, sotto il monte Fara, inaugurata nel 1992).

Maniago è sveglio. Tra me e me, penso: ecco mentre tutti hanno una loro precisa destinazione, un devo fare, io non so cosa farò, mi sto orientando come l’ago di una bussola in cerca del polo magnetico.

Arrivato a Montereale, imbocco la strada della Valcellina. Un navigatore sconosciuto, senza sosta caffè, mi porta dritto, dritto davanti la vecchia casa di Claut; quella casa con la targa commemorativa di Ruggero Grava (mio cugino) morto con tutti i suoi compagni di squadra nell’incidente aereo di Superga; giocava con il numero 11 nella vecchia e gloriosa squadra del Toro. In quella casa sono nato e mi hanno dato il suo nome; li ho trascorso i primi 11 anni della mia infanzia.

Apro il portone. Un raggio di sole penetra come un fulmine e illumina l’andito inondandolo di luce. Giro lo sguardo di qua e di là, all’inizio spassionatamente ma via, via un po’ confuso da questo salto temporale: il salto da una realtà esterna conosciuta e rassicurante ad una realtà interiore dimenticata e piena di domande. Sono emozionato di fronte a queste vecchie cose che si animano e borbottano, in modo poco comprensibile, della mia infanzia. Era molto tempo che non entravo dentro quella casa e dentro il mio passato. Non ho ricordi della mia infanzia e la cosa mi disturba non poco. È come se fosse mancata la luce.

Chi l’ha spenta? Perché l’ha spenta?

Ricordo che disobbedivo, questo si. Con il grembiule bianco scappavo dall’asilo perché le suore vestite di nero non mi piacevano; c’era qualcosa nel loro mondo e nel loro modo di fare che sentivo molto diverso da me: dalla voglia di giocare e dalla mia curiosità di bambino. L’asilo era poco distante da casa.

Tutto tace, ma dentro questo silenzio senza tempo, tutto parla. La sensazione è la stessa di quando apri un cassetto di vecchie fotografie di famiglia e guardi quelle immagini sbiadite con l’ansia di scoprire chissà quale verità. Esiste una verità delle cose? No esiste la tua verità delle cose.

Il fornello a legna sa di profumo di polenta e brodo di gallina.

Ogni oggetto è ancora al suo posto; c’è ancora l’enorme orologio a pendolo che mi ha sempre fatto soggezione. Sembrava vivo quando ero piccolo. Quando mio padre lo caricava era un rito. Lo guardavo con timore e attrazione, fermo, con il fiato sospeso, in attesa che qualcosa succeda: alla fine dava un colpetto manuale al pendolo per farlo partire. Lo guardavo e mi sembrava importante, vista la cura che gli riservava mio padre. Qualche volta per gelosia avrei voluto prenderlo e sbatterlo per terra o dargli di martello. Non l’ho mai fatto perché quello scandire il tempo, quel tic-tac, tic-tac, tic-tac monotono e sempre uguale sembrava una cosa molto importante per i grandi. Gli adulti, incomprensibili nel loro agire quotidiano, sembravano uomini con tanto di quel potere che potevano vantare ogni diritto su di noi. Ma ero troppo piccolo per capire. Quando i grandi esercitavano la loro autorità, c’erano tanti dubbi, molta paura e tanta incomprensione di quell’agire autoritario senza spiegazioni.

Godevamo di tanta libertà, prati, boschi, montagne erano i confini di un mondo da scoprire. Le cose per noi avevano uno spirito, parlavamo con i legni trasformandoli in personaggi conosciuti o inventati. Giocavamo agli indiani e facevamo molte domande ma nessuno ci ascoltava. Sembrava che hai grandi interessasse solo che diventassimo come loro: adulti, obbedienti, fedeli alle tradizioni, lavoratori. Tra le tante cose, una ci attraeva e ci incutevano timore più di tutte, ingigantendo la nostra fantasia: le montagne attorno a noi e le loro cime altissime. Ascoltavamo, di soppiatto, i discorsi di un bracconiere mio vicino di casa. Un uomo magro, molto calmo, viveva da solo in un mondo tutto suo. Parlava poco ma mi piaceva e mi sembrava felice: di sicuro non aveva nevrosi perché non dipendeva dagli altri. Raccontavano che stava fuori a caccia nei boschi per due o tre mesi cibandosi di quello che cacciava e raccoglieva, dormendo in ricoveri di fortuna o nei casoni dei boscaioli. Nonostante ciò è morto a 98 anni ed ha fatto da guida a molti alpinisti d’oltralpe. Si chiamava Luigi Giordani detto Begareli. Fumava la pipa con tabacco di foglie di bosco seccate e triturate per bene. Una volta siamo entrati e ci ha fatto fare due tiri. Avevo 10 anni ed era d’inverno. Naturalmente, arrivato a casa, ho vomitato l’anima.

Guardo le grandi lastre di pietra, la vecchia panca scrostata e verniciata più volte da mio padre per coprire, diceva lui, la povertà di un oggetto di legno. Egli disprezzava ogni cosa che fosse di legno o che, nella sua mente, sembrasse vecchia: era dedito al commercio di legnami, viaggiava spesso ma il legno delle cose di casa lo considerava povero (ora capisco), così come i vecchi muri di pietra, secondo lui, indicavano arretratezza e una scarsa visione del progresso e del benessere che avanzava veloce. Erano gli anni 70, l’inizio dei consumi di massa, il trionfo del cemento, dell’intonaco, della plastica, della televisione e delle case fatte a cubo per la nuova “massa” operaia.

Entrando, sulla parete di destra dell’andito, troneggia ancora il bel quadro ad olio di un setter, dipinto da mio fratello Egidio. Il quadro è attraversato da un cavo elettrico di piattina che scorre sopra le porte e lungo il soffitto per alimentare una lampadina di pochi volt ancora penzolante. In questa atmosfera di penombra, ciac!, all’improvviso riaffiora un’emozione dolorosa: il dolore di chi si era sentito tradito e talmente incompreso dagli “altri” da pensare di essere lui quello sbagliato. Tra rabbia e senso di colpa irrompe improvvisa, un’intuizione, fulminea, come tutte le intuizioni importanti:

“quelli che prima chiamavo gli “altri” (l’insieme delle persone che conosco e che ho conosciuto in passato, i contemporanei e le generazioni precedenti) così come credevo che fossero, non sussistono di per sé, ma sono soltanto proiezioni dietro le quali si maschera qualcosa: la mancata connessione con il tuo io autentico; ad un certo punto della mia vita, non ho più avuto il coraggio di “essere” a causa di traumi o condizionamenti che ho accettato di subire”. (tratto liberamente da un pensiero di Igor Sibaldi).

Ma quando ti accorgi che i difetti, le doti, o i condizionamenti che attribuivi agli altri non sono altro che una proiezione verso l’esterno (su altre persone) dei tuoi difetti, delle tue doti e dei tuoi condizionamenti, ritiri le proiezioni e ti accorgi che sei molto di più dell’immagine che hai dato e dai di te in pubblico. Chi sei veramente non lo sai. Solo attraverso le cose e i fatti che con le tue scelte fai esistere, scopri se sei chi vuoi essere veramente. Lo strumento di misura è il grado di felicità e di distacco.

Qualsiasi forma di risentimento: di rabbia, di invidia, di superbia, di accidia, di avarizia verso qualcuno (genitori compresi), peggio se insieme ad un senso di colpa, ti tiene incatenato al tuo passato impedendo al tuo io autentico di crescere e ai tuoi talenti di affermarsi. .

Ciac! Si è riaccesa la luce: sei tu il tuo destino. E, come dice Jung, un uomo in preda ad una nevrosi, anche se non gli impedisce di svolgere bene il suo lavoro, è un uomo che vive a metà.

Ecco perché, ai nostri occhi, appariva strano e incomprensibile quel mondo degli adulti. Sembravano occupati in cose grandi e importanti, sembravano liberi e onnipotenti: oggi invece, scopro che non è così, che erano vittime, più vulnerabili di te che ti dovevi difendere. Obbedivano ciecamente ad un “sistema” confezionato da qualcun altro e, senza accorgersi (almeno spero) lo hanno trasmesso ai figli.

Ora ho capito. L’infelicità, il malessere diffuso, l’arresto della crescita dell’io, provocato dalle illusioni (il cosiddetto mondo degli altri), dai traumi o dai condizionamenti è il frutto di una mancanza: l’infanzia rubata e ri-modellata per creare un adulto ad uso e consumo della civiltà.

 La verità era rimasta li, appesa sui muri per molti anni, silenziosa, aggrappata agli oggetti che avevano assistito alla mia storia. Chissà, forse quei personaggi di legno, reali o inventati che fossero, mi hanno salvato dal peggio: mi sono serviti da compensazione della mancata crescita; oggi, che non ne ho più bisogno, ho potuto accogliere a cuore aperto questa verità e loro lo hanno capito. Grazie.

Ruggero Lorenzi

 

 

 

 

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