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MA INFINE COSA CERCHIAMO IN UN RITRATTO?

Ma alla fine cos’è il Ritratto?
Perché l’uomo fin dai tempi antichi ha sentito questo bisogno di “immortalare” la sua immagine?
È la nostra carta d’identità?
Quale identità trasmette?
È la prova della nostra esistenza?
È la risposta alla paura dell’effimero?
È uno strumento di comunicazione sociale o personale?
Secondo il nostro vocabolario il ritratto è in generale ogni rappresentazione di una persona secondo le sue reali fattezze e sembianze: propriamente si riferisce a un’opera artistica realizzata nell’àmbito della pittura, della scultura, del disegno, della fotografia o anche, per estensione, la descrizione letteraria di una persona. Nell’arte esso rappresenta uno dei soggetti più rilevanti, anche se la ritrattistica era anticamente ritenuta un genere inferiore alla scena storica che aveva per soggetto le azioni dei personaggi.

Ad oggi i generi più diffusi in fotografia sono:

  • Il ritratto posato: rappresenta il soggetto evidenziando l’aspetto sociale del suo carattere, con particolare attenzione all’immagine che vuole dare di sé e del ruolo che riveste nella società. Di solito è realizzato in studio o sul luogo di lavoro.
  • Il ritratto spontaneo: è un genere più dinamico, colto al volo, rubato; la sua più grande risorsa è quella di poter cogliere un fatto o un’emozione nel suo manifestarsi.
  • Il ritratto ambientato: è un ritratto di stile reportage, descrittivo e psicologico, doppio: vale a dire del soggetto e del suo ambiente. Quasi tutte le persone, infatti, fotografate nella loro abitazione o sul luogo di lavoro, riflettono una parte della loro personalità negli oggetti con cui si circondano. In questo genere un lavoro importante è svolto dai reporter particolarmente sensibili sulla condizione umana.
  • Il ritratto commerciale: è il regno dei modelli professionisti. La figura umana recita una parte senza lo scopo di esprimere la personalità ma con l’obiettivo di valorizzare il prodotto: abito o auto che sia. Sono attori che recitano un copione. Lo scopo è quello di spingere l’utente ad identificarsi con un’immagine astratta che comunica: scegli questo prodotto e sarai anche tu come uno di noi. Anche in questo genere ci sono stati fotografi osannati e originali, ma pochi artisti.
  • Il selfie: è l’autocelebrazione del proprio ego; è l’opposto di un autoritratto; è l’oggettivazione del proprio corpo messo in mostra in una galleria virtuale realizzando il bisogno di attenzione e/o di consenso da parte degli altri. Fenomeno sociale dagli aspetti diversi: positivi se è una ricerca artistica, negativi se rischia di annullare la tua identità che non è, di certo, solo l’immagine che mostri agli altri. Infine è diventato anche un nuovo lavoro: alcune ragazze, raccogliendo milioni di like, attraverso l’esibizione del proprio corpo, in pose seducenti, sono assoldate come “influencer” commerciali. Una formula di marketing in linea con quel mondo degli “altri” la cui unica sostanza è sempre stata in ciò che appare.

Questo sviluppo solleva però un problema culturale e di linguaggio:

Nello sviluppo della comunicazione i social network (Face Book-Twitter_istagram), hanno contribuito, in modo massiccio e veloce, ad eludere i freni inibitori della paura di indossare una maschera e di apparire; in pochi anni, l’esistente è diventato apparenza e maschera. L’uso di un linguaggio aderente a tutto ciò che appare “le illusioni” ha compromesso pericolosamente la comunicazione interiore dell’individuo bloccandone la crescita individuale a vantaggio di un’identità collettiva e di un pensiero collettivo: condizioni psicologiche talmente vulnerabili che possono essere sfruttabili politicamente, commercialmente o essere preda degli occultisti.

  • L’autoritratto è un genere praticato quasi esclusivamente dai professionisti o comunque da fotoamatori esperti. Risponde al bisogno e alla volontà di intraprendere un percorso di auto analisi. Lo scopo è quello di indagare i propri condizionamenti, i propri traumi le proprie emozioni per superare il recinto dell’io entro il quale sei stato “allevato”, in uno sforzo di ricerca dell’io autentico. Il più delle volte, quando non sono solo degli esercizi di estetica, è un percorso artistico che può arrivare a creare opere di utilità sociale e di progresso del pensiero.

Potenzialmente ognuno di questi generi può generare arte. Dipende dal coraggio del fotografo di esplorare territori nuovi e di guardare dentro se stesso.

Tu: “ma allora tutte quelle immagini che vediamo ogni giorno sui media sono solamente la rappresentazione di codici visivi conosciuti e vuoti di una civiltà che non vuole cambiare? di una civiltà che non si interroga più e non si chiede più tanti perché?

Io: si è proprio così.

Tu: ma allora perché questa esplosione di fotografie?

La maggioranza lo fa per rassicurarsi di non essere diversa dagli altri; ogni giorno, tutte le immagini, nelle quali ti identifichi, ti rassicurano e ti confermano chi sei: “specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del rame?” e lo specchio: “sei tu mia cara”.

Di conseguenza, la ricerca del proprio io, in questa civiltà architettata per tenerlo in croce (com’è capitato a quel tale che si chiamava Gesù), è sprofondata nell’inconscio.

Più svanisce il tuo io autentico, più hai bisogno di conferme dagli altri.

Nella società occidentale “dio non c’è più”; lo dicono molti filosofi e sociologi. Io preferisco dire che “l’io” dell’uomo non c’è più. Egli ha smarrito le funzioni della conoscenza necessarie alla sua trascendenza personale: quella mancata comunicazione tra le diverse componenti interiori che nel secolo scorso (il 900), venendo meno la religione, ha favorito la crescita della psicologia.

Prima era la chiesa che teneva i rapporti con l’anima, venendo meno la sua mission a “vantaggio” di interessi più materiali, il compito lo ha assunto la psicologia che però si è arenata sul significato dell’io, dell’inconscio e sulla paura di prendersi, fino in fondo, la responsabilità della cura dell’anima.

Tu: ma cosa centra tutto ciò con la fotografia?                                                                         

Io: centra, centra. Se non sai chi sei, sei come gli altri e non puoi che fotografare ciò che fotografano gli altri e soprattutto vivi con le parole degli altri.

Sei d’accordo? Be si, non c’è scampo. O sei un io o sei un noi.

I ”signori” del medioevo, pur di perpetuare la loro immagine, pagavano valenti artisti che li ritraessero in pose celebrative; pose che, comunque, dovevano soddisfare non l’espressione artistica ma il loro ego personale: l’immagine di ricchezza, autorità, intelligenza e potere. Ai giorni nostri la tendenza iconografica è la medesima: celebrativa o di conferma di questa civiltà; al posto della nobiltà si ostenta la fama, i vip di turno, i potenti di turno, nel reportage si insiste sulla povertà, la sofferenza, l’inquinamento con immagini che confermano il significato che il sistema vuole darci della povertà, della sofferenza, dell’inquinamento e del potere, soprattutto, con un messaggio velato del tipo: vedi come stai bene qui nella nostra civiltà. E così fan tutte le civiltà. È’ triste ma è così. Si comunica ciò che il popolo è stato educato negli anni a sentire e a vedere: immagini e situazioni che mostrano quello che sa e conosce, a conferma di appartenere ad una civiltà organizzata piuttosto che ad un’altra, ad una classe sociale piuttosto che ad un’altra, ad una religione piuttosto che ad un’alta. In questo modo ti senti rassicurato!

Tu: ma abbiamo solo fame di apparire agli occhi degli altri?

Siamo così ciechi e ignoranti che modelliamo il modo di pensare a immagine e somiglianza degli altri?  Non più al creatore?

Io: questo dipende da te, da me e da tutti gli individui di buona volontà capaci di usare bene tutte funzioni della conoscenza e il pensiero. Quando ti accorgi dell’inganno sei già fuori.

In questo contesto sociale, il ritratto, cosa può scoprire di nuovo e come?
chi è la persona che si fotografa? è un soggetto o un oggetto? cosa cerchiamo di fotografare, un suo aspetto o, come in uno specchio, ciò che riflette di noi?
Cosa c’è dietro i selfie che spopolano sul network?

Partendo da tutte queste domande, ognuna delle quali necessiterebbe un ampliamento a parte, più approfondito di quanto sto facendo, mi sono chiesto come possa cambiare il significato della fotografia di ritratto in un contesto di crisi epocale come quella attuale e quali possono essere le possibilità artistiche e di utilizzo sociale, foto-terapeutico della fotografia; già visto in pittura (Ligabue – Van Gogh- Munch).

Molti lavori di introspezione per immagini esistono già anche in fotografia ma ho la sensazione che ci sia molto da fare.

Tra le funzioni della conoscenza la comunicazione ha un ruolo fondamentale nel dialogo per la comprensione di due mondi:

  1. QUELLO COLLETTIVO: che ha lo scopo di formare l’immaginario di massa proponendo “modelli” collettivi di comportamento e di pensiero da imitare. Questo avviene in ogni manifestazione della vita quotidiana e in ogni ambito e istituzione sociale.
  2. QUELLO INDIVIDUALE: che ha lo scopo di aprire nuovi orizzonti della conoscenza con l’intento di favorire la crescita personale dei singoli individui riportando l’attenzione sulla comunicazione interiore in modo da rafforzare il dialogo con il centro dell’io; quello autentico diverso dal “tu” che è la “maschera” che indossiamo ogni giorno nel rapporto con gli altri (il mondo collettivo).

Il cririco Roland Barthes dice: “osservai che una foto è l’oggetto di tre emozioni: l’Operator è il fotografo – lo Spectator siamo tutti noi che guardiamo giornali, libri, archivi –  lo Spectrum” è colui che è fotografato, il referente, una sorta di piccolo simulacro”. Nel senso che è un’illusione. Guardiamo un immagine che non esiste se non nel immaginario collettivo: un fantasma.

 Ancora: ”ciò che caratterizza le società cosiddette avanzate è che oggi tali società consumano immagini e non più, come quelle del passato, credenze; esse sono dunque più liberali, ma anche più false (meno autentiche)…come se, universalizzandosi, l’immagine producesse un mondo senza differenze (indifferente)…aboliamo le immagini, salviamo il Desiderio immediato (senza mediazioni)…Pazza o Savia? Le due vie della fotografia sono queste. Sta a me scegliere se sottomettermi al suo spettacolo di codice civilizzato delle illusioni perfette, oppure se affrontare in essa il risveglio dell’intrattabile realtà”. Roland Barthes “Camera Chiara” Einaudi 1980

Io sono per la seconda ipotesi.

E volgerei lo sguardo non su ciò che accade fuori ma su ciò che accade dentro la mente dell’uomo. Ciò che accade fuori nel mondo è “fuori” dalla nostra volontà, ed è voluto da altri individui, ma ciò che accade a noi dipende solo da noi. In definitiva la fotografia, secondo me, sta cercando disperatamente il “significante fotografico”, cioè un linguaggio nuovo aderente alla realtà spirituale dell’uomo. 

Il ritratto oggi è definito in riferimento al suo contesto storico-culturale e sociale, dentro i codici linguistici in uso e con i limiti della conoscenza acquisita da questa civiltà. In realtà il ritratto artistico assume un intimo significato di ricerca personale solamente quando siamo coinvolti emotivamente dalla persona o dal soggetto fotografato, in modo da creare cambiamento, al contrario rimane un’icona conforme agli schemi sociali.

Ma se il suo significato potesse andare oltre a tutto ciò, oltre ai codici e a quello che sappiamo già?
Se potessimo aiutare un altro a scoprire le sue potenzialità, il suo talento dando una forma e un significato ai suoi traumi e/o ai suoi complessi?
Oppure se trovassimo il coraggio di guardare in faccia l’Eros, senza paura, senza fuggire di fronte all’attrazione della Bellezza di una qualsiasi cosa, o persona, o situazione fino a scoprire qualcosa di meraviglioso di noi che non conosciamo ancora ma che è in noi e vediamo attraverso l’altro?

Domande importanti che meritano il fascino di cercare risposte. 

Ruggero Lorenzi
info@ruggerolorenzi.it

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