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DIALOGO SULLA COMPOSIZIONE

Se ne dicono tante, soprattutto si cita la regola aurea come il toccasana, la regola matematica alla base di ogni composizione.
C’è del vero se ci rifacciamo agli studi sulle proporzioni dei templi dell’antica Grecia e a molti altri studi di grandi filosofi e pensatori antichi.
In fotografia ci sono alcune regole che vanno considerate utili, ma dopo possono essere superate dalla personalizzazione del linguaggio del fotografo. Ci sono regole compositive create da fotografi e pittori come Mondrian, Kandiski, Fontana ecc.
Mi spiego. Gli equilibri in una foto non sono sempre e solo matematici ma dipendono dalla scelta del fotografo che vuole farci percepire la sua visione, la sua interpretazione della scena; scelta che a volte diventa lo stile del fotografo. un vero e proprio linguaggio visivo.
Imparare le regole va bene ma ci sono cose più importanti da sapere e da sperimentare per riuscire a creare una foto che parli ed esprima stati d’animo e contenuti.

Vi siete mai chiesti perché nelle riprese cinematografiche collaborino persone come: scenografi, sceneggiatori, stilisti, parrucchieri, costumisti, fotografi e un regista?
Quando si è compreso questo, si capisce molto bene cos’è la composizione in fotografia e nel cinema.
Non sono necessarie definizioni ambigue come 5D, che ho letto qualche giorno fa.
Le dimensioni spaziali sono tre 3; tutto il resto che rientra in un’inquadratura fa parte della teoria della percezione visiva, chiamata GESTALT: teoria della FORMA o psicologia della FORMA ed è un osso duro da mordere perché dobbiamo parlare di percezione visiva.

Una breve sintesi.

LA PERCEZIONE
Il fenomeno della percezione rappresenta la prima e fondamentale forma di rapporto conoscitivo che l’individuo ha con il proprio ambiente vitale. Essa è quel processo, interno (psicologico) alla nostra esperienza del mondo, che coniuga le informazioni sensoriali degli stimoli esterni con il processo della loro elaborazione intellettiva; si realizza una situazione di incontro partecipativo tra uomo e mondo: da una parte gli elementi del mondo esterno, dall’altra il soggetto che, a partire da questi, elabora e interpreta autonomamente l’immagine.
Tra le numerose forme simboliche che siamo capaci di percepire, la gran parte deriva da un repertorio di memorie antico e quindi da un bagaglio che è stato appreso in precedenza  da chi ci ha preceduto nel tempo dei tempi e reso utilizzabile per tutta l’umanità.
LA GESTALT o psicologia della forma

Questa teoria prende il nome da una scuola strutturalista tedesca (Scuola di Berlino) che negli anni ’20 modifico lo sviluppo della psicologia (Wertheimer nel 1923). L’impostazione di questa scuola, infatti, si contrapponeva a quella dominante tra la fine dell’800 e i primi del ‘900 definita “associazionistica” perché riteneva che la percezione di un oggetto o di una scena fosse il risultato della associazione di elementi sensoriali distinti.
L’idea portante dei fondatori della psicologia della Gestalt, che il tutto fosse diverso dalla somma delle singole parti, in qualche modo si opponeva al modello associazionistico diffusosi dalla fine dell’Ottocento. E da qui la famosa massima:
“Il tutto è più della somma delle singole parti”
oppure “l’intera sinfonia è molto più di ogni singola nota”.

Noi cogliamo l’insieme di un fatto, di una persona, di un ambiente e il significato che esprimono è il frutto della nostra elaborazione mentale e inconscia.
E’ chiaro che ognuno di noi in base alla sua educazione, alla sua esperienza, alla sua cultura, ai suoi pregiudizi, alle sue credenze, alle sue convinzioni, percepisce sfumature diverse della stessa realtà.

La composizione fotografica insomma è un processo che prende in considerazione simultaneamente tutti i diversi aspetti della futura immagine (inquadratura, prospettiva, luce, movimento, posizione del soggetto in rapporto (in giustapposizione) con gli elementi attorno) perché essi sono indissolubilmente legati l’uno all’altro e un cambiamento di uno determina un cambiamento anche negli altri nell’immagine finale.
E’ chiaro adesso l’esempio che ho fatto sulla cinematografia?
Provate ad immaginare di voler trasmettere l’emozione di un incontro d’amore o la tensione di un contrasto tra due persone o il conflitto di una persona o la sua gioia; e magari, se è una persona, la immaginate in un contesto ambientale. Cosa dovete fare?
Dovete inventare o cercare la scena da fotografare.
Quindi: luogo, tipologia di ambiente che trasmetterà certe informazioni, l’amico (o il modello),
magro, grasso, rugoso, liscio, l’abbigliamento, la luce, la prospettiva, l’ottica, tele o grandangolo. Alla fine se tutto è scelto con sensibilità e intuizione create una situazione nella quale tutti gli elementi sono in giustapposizione e la vostra foto esprimerà la vostra emozione o la vostra intenzione.
Sia chiara anche un’altra cosa. La realtà è piena di scene da fotografare già pronte, dobbiamo solo esercitarsi a guardare, anche quando non si fotografa, in modo da affinare l’intuito che sia pronto a recepire le forme quando sono in giustapposizione. Soprattutto quelle forme o scene che esprimono intense emozioni o stati d’animo.
Anche il viso di una persona, un Primo Piano, può essere in giustapposizione quando l’insieme di tutte le sue parti strutturali, occhi, bocca, naso, muscoli facciali, cappelli concorrono all’espressione finale. Sta al fotografo percepire e cogliere l’intensità  dell’emozione che si è venuta a creare col soggetto.
Lo stesso vale per un paesaggio, un tramonto anche se sembrano tutti uguali l’esperienza vi permette di personalizzarlo, trasferendo la vostra emozione.

Come dicevo la gestalt è un osso duro, mi auguro di aver espresso in modo abbastanza chiaro e sintetico il concetto essenziale. In un prossimo articolo,  parlerò della composizione in modo più concreto.

 

2 thoughts on “DIALOGO SULLA COMPOSIZIONE

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