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DALLA VALCUCINE ALLA VAL COLVERA: LA STRADA VERSO LA FELICITÀ

DALLA VALCUCINE ALLA VAL COLVERA: LA STRADA VERSO LA FELICITÀ

Che cosa collega il marchio Valcucine a una casa solitaria, inondata dal sole della Val Colvera? Oltre alla parola “valle”, che è già un buon filo conduttore, è l’odore dell’ispirazione a indicare la strada che conduce dal mondo imprenditoriale del maniaghese Gabriele Centazzo, al declivio di Casasola dove il padre di Valcucine ha scelto di vivere il suo tempo personale e interiore: quello che più conta.

Tra i frutti della sua creatività, uno ci suggerisce nel nome il senso di questo legame: è la cucina Genius Loci. Genius loci, lo spirito del luogo, è terra da inspirare a fondo, per produrre ispirazione. Per far scaturire, con l’apporto di aria pura, quella scintilla dell’anima che mette in moto il nostro respiro animale, sincronizzatp  con il ritmo più ampio della natura.

È più facile comprendere questi concetti astratti, quando si esce dalla galleria del Colvera e si è di colpo abbacinati dal candore maestoso del Monte Raut. Perforata la coltre di foschia della pianura, ci si ritrova catapultati in un altro paesaggio. I cinque chilometri da Maniago potrebbero essere cinquanta o cinquecento o cinquemila. La discontinuità disorienta. La parete di neve, come un immenso ombrello fotografico, riflette una luce tersa, quasi cruda. L’auto ondeggia tra boschi fitti, radure arse dal freddo, minuscoli borghi arcaici, dove la pietra ha lo stesso colore caldo degli alberi e del manto dei mufloni. A tratti fa capolino il Colvera o qualche filo d’acqua dei suoi rivoli affluenti, che scivola leggero tra i muschi del sottobosco. L’assenza invernale di verde regala la visione di Poffabro, presepe tra i presepi della valle.

Gabriele Centazzo ci accoglie, con la gentile moglie Rosanna, nel loro rustico adagiato a occidente di Casasola: è la casa del cuore ristrutturata con grazia, ai margini del paesino più appartato nella valle più appartata delle nostre montagne. Un angolo di serenità ritagliata tra l’incombenza predolomitica delle crode alle nostre spalle, e un’onda di colli che fa da cortina pudica alla pianura, lasciando intravedere in un estremo varco orientale il Castello di Toppo. La primavera è nell’aria, palpita in un freddo che si sta riscaldando.

La casa di Gabriele e di Rosanna ha la stessa sobrietà punteggiata di particolari che è nello stile di Valcucine. Ha la stessa naturalità intagliata di citazioni. Una sensuale scultura di Giovanni Padovan, seduta calma all’ingresso, è lo svolgimento di tre parole dettate dal committente: piacereculturatradizione. Comprese nell’architettura del luogo e iscritte nella pietra, sono le poesie Mattina (M’illumino d’immenso) di Giuseppe Ungaretti e L’infinito di Giacomo Leopardi, che Gabriele ha replicato con una licenza poetica: la “cinta” al posto della “siepe”. Il perché si spiega subito: a Casasola, per onore di verità, è la cinta a svolgere il compito della siepe di Recanati, che “da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”. È un elemento dell’uomo che si frappone alla visione piena del paesaggio, una pausa che lo interrompe e lo sospende, lasciando a ciascuno di noi la libertà di accettare l’incognito o di riempirlo con la propria immaginazione. Anche questo è design, sembra dirci Gabriele, mentre c’invita a osservare la cinta di pietra dall’interno, attraverso l’ampia vetrata del tinello. Ai miei piedi un insolito prato fiorito, un minuzioso tappeto di margherite creato con ciottoli di fiume da un artigiano locale. È un piccolo capolavoro di quella capacità friulana di pensare con le mani, un arazzo vibrante e tattile, che si accende di primavera quando uno slancio di luce radente si stende sul pavimento.

La coerenza del luogo con i principi, ci aiuta ad addentrarci nella filosofia di Gabriele Centazzo e a capire al volo le motivazioni delle scelte sue e di Rosanna, vissute con sereno entusiasmo. “Perché avete deciso di stabilirvi qui, per i vostri lunghi fine settimana e i vostri giorni liberi?”. Semplice: per i tre ingredienti straordinari che ancora regala questa montagna “non firmata”, come direbbe Mauro Corona. Parliamo di spazio, temposilenzio. Quello spazio che si dilata e quel tempo che rallenta, oltrepassata la galleria del Colvera, consentendoci di rigenerarci in un’altra dimensione, senza pagare pedaggi. In merito al silenzio, basta auscultarci intorno, non c’è altro da dire, anche se Rosanna ci tiene ad aggiungere alcune note: il silenzio delle nostre montagne, entrandoci in confidenza, è la materia di un’altra musica. È il mormorio del torrente che impariamo ad amplificare, per goderci la caduta nel sonno. Il canto strepitoso delle albe replicato da orchestre di uccelli echeggianti nella valle. Il fruscio del vento che spande i profumi dei fiori, del lievito e della sera, quando fa piacere mangiare una pizza casalinga, cotta nel forno del sottoportico. Intorno al grande tavolo di legno, si assapora con gli amici l’attesa dell’incantevole spettacolo messo gratuitamente in scena dalle notti stellate. In questo posto di Casasola, ci spiega Gabriele, la lingua segreta della montagna ci avvicina alla bellezza che ogni designer, in quanto uomo, persegue: la bellezza ancestrale, la bellezza leggera della libertà, di quando eravamo bambini, incauti e bradi.

Per accompagnarci dentro la sua concezione di bellezza, Gabriele c’invita a immaginare la sezione di un albero: la corteccia, il durame, il midollo. La corteccia rappresenta la bellezza superficiale, l’oggetto mutevole del desiderio, verso il quale ci spinge la felicità fragile del possesso. È il fine e il motore della civiltà dei consumi, la bellezza che si dissolve mentre viene afferrata. Il durame ci riconduce alla bellezza più stabile cui aspira la felicità dell’amore, che presuppone un’attesa e uno scambio, promettendo durata. Il midollo è la bellezza filosofica, assoluta e ascetica, alimentata dalla felicità senza compromessi del dono. “Accontentiamoci del durame…”, aggiunge Gabriele con un sorriso che lo esenta dalla santità. Come gli anelli della sezione dell’albero, la bellezza ha una sua natura circolare, una ciclicità che spesso fa riaffiorare i suoi archetipi nella linea del tempo: la stilizzazione di Alberto Giacometti è la stessa dell’Ombra della sera, la statuetta votiva etrusca di Volterra. Le sculture di Amedeo Modigliani hanno il battito arcaico del continente africano, dove forse sono nati l’uomo e la sua cultura. La Nefertiti egizia del British Museum o gli affreschi paleolitici di Altamira, potrebbero essere pagine di grande arte del Novecento. Come si può congelare una certa espressione di bellezza in un momento preciso della storia? Nel suo ciclico sprigionarsi, la bellezza grida la sua origine naturale, la sua forza liquida di araba fenice.

Ascoltare Gabriele Centazzo, è un’occasione non solo per risvegliare passioni filosofiche, ma anche per annotare saggi consigli da imprenditore. Essere con lui a Casasola, in Val Colvera, ci consente di discutere sul possibile futuro di queste valli, tanto ricche di “bellezza ancestrale”, quanto disertate dalla specie umana. La sua ricetta per un’inversione di tendenza, prevede lo sviluppo di un turismo su misura, che restituisca il valore dell’esperienza. “Un luogo attrae quando offre esperienze, che generano piacere. Il propulsore biologico dell’umanità è il piacere: quello alimentare e quello sociale, che spinge alla riproduzione. Un’esperienza indimenticabile, da vivere e da raccontare, è un modo unico di ricevere e ridonare piacere.”

Da quest’assunto teorico discendono tante idee concrete, che potrebbero contribuire al risveglio sostenibile di questi luoghi, assecondandone una sopita vocazione per il bello e per l’arte, che ancora traspare nella spontanea armonia dei borghi della valle.

Gabriele Centazzo immagina la Forra del Colvera scolpita da artisti e valorizzata da luci magiche, per passeggiate notturne in una natura selvaggia popolata dai sogni dell’uomo. Immagina una grande statua simbolica sulla cima della montagna dietro casa sua, accessibile da una passerella trasparente sospesa sul vuoto, per regalarci l’illusione di galleggiare sul paesaggio. Immagina la coltivazione in loco di piante tintorie, per creare tessuti naturali destinati a una moda di stile e di qualità bio-artigianale, promossa da brand sensibili a questa filosofia, che contribuirebbero a raccontare la purezza creativa delle nostre montagne. Immagina l’artigianato come profondo tocco “made in Italy” sempre più interconnesso ai processi industriali e al marketing. Locale e globale. High touch e high tech. Personalizzazione artistica che convive con l’intelligenza della tecnologia: per creare oggetti unici e nostri, da conservare con cura e nel tempo come compagni preziosi, capaci di allontanarci dalla frenesia energivora dei consumi e avvicinarci alla bellezza lenta del durame, se non a quella eterna del midollo. “Forse questa sarà utopia, ma è importante per il futuro, rimettere nelle mani dell’uomo-artigiano il valore della bellezza e della felicità”

Foto di Ruggero – Testi Romeo Pignat

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